I SANTI LUCANI

 

San Gerardo Maiella di Muro Lucano

S. Gerardo nacque il 6 Aprile del 1975 a Muro Lucano (PZ) in una famiglia molto povera che alla fine si ridusse alla miseria, sempre in cerca di un luogo per ripararsi e di un boccone per non morire di fame. Un giorno Gerardo vagava per il bosco in preda alla sonnolenza causata dalla fame, e ad un tratto gli si presentò davanti un fanciullo sconosciuto che gli sorrise e gli donò un bianco pezzo di pane. Gerardo volle subito addentare quel pane misterioso, ma si ricordò della mamma, delle sorelle e corse subito a casa per dividerlo con loro. Quando divenne religioso capì che quel fanciullo era il Bambino Gesù che poi imparò a conoscere e amare nell’Eucarestia.
Alcuni anni dopo il padre cominciò a insegnargli il mestiere di sarto, ma morì troppo presto. Gerardo andò al lavoro da un altro sarto di Muro Lucano, e più tardi si mise in proprio, ma dovette chiudere bottega. Infatti serviva una clientela di bassa condizione, ma brillava per onestà e carità. Il lavoro, inoltre, andava a rilento, poiché egli preferiva passare lunghe ore in Chiesa a pregare; veniva quindi considerato un po’ strano dai ragazzi che spesso lo schernivano anche fisicamente; ma lui ne rideva poiché pensava a Gesù schernito dalla gentaglia che lo trattava da re di burla. Intanto i Padri Cappuccini avevano suggestionato la sua fantasia, e lui, fidando sull’intervento dello zio Bonaventura, cappuccino, un giorno si recò da lui per rivelargli questo desiderio, ma lo zio, vedutolo così gracile, lo dissuase.
Un giorno Gerardo, andato al pozzo per attingere acqua, mentre manovrava con la carrucola, fece inavvertitamente cadere le chiavi della casa nel pozzo; spaventato e pensando al dispiacere che ne avrebbe avuto il Monsignore, corse difilato in Chiesa, prese la statuetta del Bambino Gesù, la legò alla corda della carrucola e la fece scendere giù; subito dopo cominciò a tirare e dal pozzo uscì il Bambino portando le chiavi sulla destra!
Di solito sempre allegro e gioviale, s’impose in Quaresima particolare fervore: meno chiasso, più concentrazione interiore, flagellazioni più intense, e soprattutto tanto digiuno. Ma nel cuore gli bruciava sempre la nostalgia del chiostro. Si incontrò così con Frate Onorio Redentorista e si informò sulla natura di quell’Ordine, ma quello per scoraggiarlo gli disse: <<da noi si patisce molto, si dorme sulla paglia, si vive con rigore>>; al che Gerardo disse: <<ma è questo appunto quello che vado cercando>>. Ma purtroppo per il povero Gerardo non ne fu niente e dovette così ritornare alla sua bottega.
Il 13 Aprile un gruppo di Redentoristi aprì a Muro Lucano una missione; questa fu l’occasione giusta per Gerardo per ascoltare con vivo entusiasmo le conferenze di questi uomini dalla profonda pietà e dalla vasta dottrina; e nell’udire questi predicatori si convinse che era quella la sua vocazione, perciò si presento al Padre Cafaro per chiedergli di accoglierlo tra i suoi confratelli, ma questi rispose di no, a causa delle gravi condizioni di salute del fanciullo.
La madre, saputo ciò, per paura di perdere il figlio, lo rinchiuse in casa proprio il giorno in cui i Missionari sarebbero partiti. Ma Gerardo con uno stratagemma calò dalla finestra e lasciò alla mamma un biglietto: <<Non pensate a me, vado a farmi Santo>>. Così il fanciullo inseguì i Missionari fino a raggiungerli nella loro casa religiosa di Rionero. Il Padre Superiore vista tanta ostinatezza non osò respingerlo e lo mandò nella casa religiosa di Delicato per provare la consistenza della sua vocazione. Giunto in convento, a Gerardo sembrò di essere entrato nell’anticamera del Paradiso; corse subito in Chiesa, si gettò ai piedi della Madonna della Consolazione e la ringraziò del favore accordato. Ed eccolo subito pronto a dare prova della sua volontà e della sua obbedienza al Superiore, che  fu legge costante di tutto il periodo della sua vita religiosa. Era sempre disponibile per ogni servizio: zappare, vangare, falciare, spazzare i corridoi, aiutare in cucina, governare le bestie e sempre in modo gioioso. Ma non mancava anche di aiutare i poveri e i bisognosi.
In preparazione alla professione solenne, si ritirò in una grotta dove c’era una gran croce su cui si faceva legare e flagellare aspramente da alcuni amici; un altro giorno si fece calare sul capo una corona di spine pungenti per imitare il suo Signore Gesù crocifisso.
Si consacrò così al Signore, con i suoi santi voti, all’età di 26 anni: un po’ tardi ma a lui andava comunque benissimo. Diventò un pellegrino questuante che raccoglieva sussidi per il convento e dispensava miracoli e favori alla gente bisognosa. Con la veste religiosa e con la fama delle sue virtù e dei miracoli che compiva, la sua stima era arrivata alle stelle e dovunque arrivava era sempre accolto come un taumaturgo. Malgrado ciò rimase sempre umile.
Ma ecco arrivargli una prova inaspettata. Una lettera gli attribuì relazioni almeno sospette con una ragazza. Allora, indagini, interrogatori, spostamenti vigilati da un convento all’altro, divieto di fare la comunione... Lui avrebbe potuto ampiamente discolparsi: ma non ci pensò neppure. Non disse una sola parola, lasciando che parlassero gli altri e prendendo tutto come una prova voluta per lui. Ed ecco infatti che l’accusa crollò, senza che lui avesse aperto bocca. E con questo silenzio mite e vittorioso l’umile fratello coadiutore ammaestrò tutta la comunità.
I confratelli scoprirono di avere in casa un santo, e gli chiesero di mettere in scritto per loro il “regolamento di vita” che si era dato. Nel 1755 mentre era al convento di Materdomini presso Caposele, molte famiglie erano alla fame per il maltempo, e lui intervenne organizzando la distribuzione di viveri. Una prova di capacità organizzativa, che fece poi nascere voci di miracolo, come già accadde altre volte.
Nello stesso anno, Gerardo fu colpito dalla malaria durante una questua. E dopo un breve miglioramento si spense a Materdomini, a soli 29 anni d’età. Subito le popolazioni dell’Irpinia, della Basilicata e della Puglia lo considerarono santo. E san Pio X lo canonizzerà nel 1904.