LA PARROCCHIA

IL SANTO TITOLARE

S. ANTONIO

Mentre Antonio si trovava in piena attività, gli giunse una lettera da frate Elia, vicario generale dell’Ordine, con la triste notizia della morte di S. Francesco; possiamo immaginare con quanta commozione frate Antonio abbia letto questa lettera. Insieme alla lettera, giunse ad Antonio anche l’invito di trovarsi ad Assisi per eleggere il successore del Poverello d’Assisi. L’obbedienza di nuovo lo richiamava: lasciò dunque la sua dolce terra di Francia per ritornare in Italia, anche se con molto dolore e commozione. Nel 1227 giunse ad Assisi, pochi giorni prima della Pentecoste. Il Capitolo, formato dai ministri provinciali e dai custodi, decise per l’elezione del successore, il nome di Giovanni Parenti, uomo di grande virtù e santità. In quest’occasione furono anche distribuiti gli incarichi ai presenti: Antonio fu eletto Ministro Provinciale di Emilia e Romagna e lui accettò, sicuro di fare la volontà di Dio. Antonio, dunque, pochi giorni dopo raggiunse la sede provincializia di Bologna. Poi iniziò la visita ai singoli conventi per prendere contatto con i confratelli. Si recò quindi a Montepaolo, dove ritrovò i suoi vecchi amici e la sua grotta per pregare, poi andò a Forlì, Rimini e Ravenna; raggiunse anche la Dalmazia  e l’Istria, finché giunse a Padova.

Padova era, allora, una città bella e soprattutto ricca sia dal punto di vista industriale che commerciale, e vantava una università tra le più celebri d’Europa, dove accorrevano studenti di varie nazioni. Antonio arrivò qui nel 1228 e dimorò presso il convento di Santa Maria Mater Domini. I padovani accolsero Antonio con grande gioia e venerazione e tutti desideravano avvicinarlo e accostarlo. In breve tempo le chiese di Padova si rivelarono insufficienti ad accogliere le migliaia di fedeli che accorrevano anche dalle città vicine per ascoltarlo. Spesso non bastavano nemmeno le piazze e si doveva ricorrere ai prati, in aperta campagna. Com’era da prevedersi, in breve tempo, Padova divenne per Antonio la sua città. La sua parola semplice ed ardente aveva conquistato i cuori dei cittadini e alcuni decisero di seguirlo abbracciando l’ideale francescano. Antonio ricambiò la loro stima e il loro amore, facendo trasportare, col consenso dei superiori, la sede provincializia da Bologna a Padova. In quei tempi, i poveri, nella città, erano tanti, mentre i ricchi erano pochi e dominavano su ogni attività economica. I poveri, indifesi e senza alcun potere, spesso non riuscivano a saldare i debiti contratti e venivano condannati, perciò, al carcere a vita. Antonio naturalmente si schierò dalla parte dei poveri, cercando di evitare che alla loro miseria si aggiungesse altra miseria. A tutto questo si aggiungeva il problema dell’usura che era una forma di sfruttamento molto comune. Antonio bollò spesso gli usurai con dure parole tanto da considerarli delle <<bestie feroci che rapinano e divorano>>.

Come Gesù anche Antonio aveva i suoi prediletti che erano i bambini; quando passava per le vie di Padova, essi sospendevano i loro giochi e gli correvano attorno per fare festa. Egli si fermava e si intratteneva volentieri con loro, senza dar mai segni di impazienza, e non poche volte li accolse in convento per istruirli e benedirli.

A quei tempi, su Padova e le città vicine, regnava Ezzelino da Romano, uomo crudele, nemico di Dio e degli uomini. Antonio decise così di affrontarlo e un giorno con l’amico fra Luca Belludi andò a Verona dove il tiranno risiedeva. Quando Ezzelino seppe che S. Antonio voleva parlargli, rimase turbato ma alla fine lo accolse. Il frate entrò, insieme all’amico, e animato da santa ira, accusò duramente le tante colpe commesse dal tiranno e lo avvertì di cambiar vita, altrimenti sarebbe stato inevitabilmente condannato dalla giustizia divina. Ezzelino ascoltò senza reagire e abbagliato dalla luce sprigionatasi dal volto del santo, chinò la fronte impaurito e restò in silenzio. Quando risollevò il capo, Antonio e il suo amico si erano già allontanati.

Forse pochi sanno che Antonio pur essendo giovane, negli ultimi anni della sua vita si ammalò gravemente di idropisia e per questo fu costretto a ridurre la sua attività restando per molto tempo in convento; qui accoglieva i penitenti e si dedicava all’apostolato del confessionale. Quando confessava perdeva spesso la nozione del tempo. C’erano giorni in cui egli confessava senza interruzione fino al tramonto, non prendendo cibo, né boccata d’aria, benché fosse in condizioni pietose di salute. La presenza <<forzata>> di Antonio in convento mosse i confratelli ad approfittarne per chiedergli un sussidio con tante prediche adatte a ciascuna domenica dell’anno. Il Santo accettò e scrisse i Sermones Dominicales, un’opera di quasi mille pagine, che fanno di lui il primo grande scrittore dell’Ordine.

Antonio, non badando alle sue sofferenze e pur sapendo che il Signore presto l’avrebbe chiamato a sé, non risparmiava energie per le opere di bene. Ma, un giorno, espresse il desiderio di trascorrere un periodo di assoluto riposo, dato che l’idropisia lo aveva prostrato fisicamente. I confratelli lo portarono così nel convento più vicino, a Camposampiero, distante circa venti km da Padova. La solitudine e il silenzio del luogo gli diedero subito un certo sollievo. Un giorno, mentre si trovava nel bosco, il Santo scoprì un noce dal cui tronco partivano sei branche che si protendevano verso l’alto. Pensando che su quell’albero avrebbe potuto più facilmente raccogliersi in meditazione, pregò i suoi frati di costruirgli lì una celletta di stuoie. Fu accontentato; poté così salirvi e immergersi in un mare di quiete. La notizia della sua presenza in quel luogo si diffuse rapidamente in tutto il circondario. Gruppi di amici e devoti, eludendo la sorveglianza dei frati, di giorno e di notte riuscivano a raggiungere il Santo. Egli non mostrava segni di impazienza, anzi li accoglieva con un sorriso e rivolgeva loro parole di esortazione. Sul noce Antonio passò alcuni mesi.  Lassù gli sembrava di respirare meglio, ma  provava una grande fatica nel salirvi: nonostante l’aiuto dei confratelli, le sue forze continuavano ad affievolirsi e il suo respiro diventava sempre più difficile. Il Santo aveva già il presentimento sicuro della fine prossima ma questo pensiero infondeva in lui un gaudio dello spirito che traspariva dalle sue parole e illudeva la speranza dei confratelli.

Nelle prime ore del 13 giugno, il suo stato di salute si aggravò e, perciò, chiese ai confratelli di essere portato a Padova, dove desiderava morire, presso la Chiesa di Santa Maria Mater Domini. I confratelli lo accontentarono e lo fecero adagiare su di un carro, trainato da buoi. Il Santo, prima di partire, ringraziò e benedisse i presenti, che pregavano e piangevano. Il carro si mosse lentamente, accompagnato da due frati e alcuni contadini. Il caldo era opprimente e la strada, sconnessa, faceva sobbalzare il carro ad ogni buca. Dopo cinque ore di viaggio, in prossimità di Padova, il Santo entrò in agonia; i frati ritennero opportuno fermarsi ad Arcella, nel ritiro dei frati, attiguo al monastero delle clarisse. Antonio fu sistemato in una cella del convento, dove rimase immobile, senza parole e ad occhi chiusi. I confratelli, addolorati, attendevano la fine. Ad un tratto, il Santo aprì gli occhi, raccolse le forze, alzò le braccia e, con voce esile, intonò un canto alla Madonna che aveva imparato quand’era bambino dalla mamma Teresa Taveira. Era la preghiera del figlio che invoca l’aiuto della madre nell’ora della morte. Dopo questo canto, il suo volto divenne luminoso; alzò gli occhi tenendoli fissi verso l’alto come se vedesse qualcosa. Un confratello gli chiese cosa stesse guardando; egli rispose: <<Vedo il Signore!>>. Visse ancora qualche istante, scandito dalle preghiere e dal pianto dei confratelli; poi, piamente, si addormentò nel Signore. Era il 13 giugno 1231.

I frati decisero di tenere segreta la notizia della morte e di trasferire di nascosto la salma a S. Maria Mater Domini. La loro idea era saggia e opportuna. Ma, poco dopo, tutta Padova era al corrente dell’accaduto. Gruppi di ragazzi, mossi da ispirazione interiore, si riversarono per le vie della città gridando: <<È morto il Santo! È morto frate Antonio!>>; fu come il preannuncio della canonizzazione di Antonio, avvenuta pochi mesi dopo, il 30 maggio 1232, per volere di Gregorio IX.

Ora viene spontanea un’ultima considerazione: c’è chi crede e non crede ai miracoli di S. Antonio, ma nessuno può negare la venerazione universale che egli è riuscito a guadagnarsi; è un fenomeno assolutamente unico e inspiegabile. Ma perché S. Antonio piace così tanto? La risposta si trova nel Bambino, che stringe tra le braccia, nel giglio che tiene nella mano e nell’abito francescano che porta. Solo così forse può nascere in noi un impegno spontaneo: conoscere il Santo, per far maturare in noi una devozione autentica e vedere in lui un fratello che ci aiuta ad incontrare Gesù.