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I SANTI LUCANI
Sant'Andrea Avellino
Nacque
nel 1520 da Giovanni Avellino e da Margherita Apelli, e fu chiamato
Lancillotto. Avviato agli studi da uno zio arciprete, Don Cesare Apelli,
li compì nella vicina Senise, esercitandosi fin d'allora nell'apostolato
catechistico fra i giovani del luogo. Qui imparò a scrivere bene e a
leggere correttamente, ad interpretare gli scritti difficili e a suonare
il liuto; inoltre era stato dotato da Dio di una ricchissima natura,
intelligenza sveglia e perspicace, volontà docile, generosa e decisa,
sensibilità viva e fine; tutte queste qualità gli conciliarono le
simpatie di tutti ma lo esposero anche a pesanti calunnie. Evidentemente
Dio, nel dotare il giovinetto di tante preziose qualità, aveva un
preciso disegno di provvidenza da attuare in lui, una vocazione che gli
conciliasse un avvenire di grazia e di beni. Nel 1537 vestì così l’abito
ecclesiastico e nel 1542 diventò sacerdote consacrato dal vescovo di
Anglona e Tursi, Bernardino Elvino.
Nell'ottobre 1547 si trasferì a Napoli per frequentare la facoltà di
diritto di quella Università, dove si laureò in utroque iure. Avendo nel
1548 praticato gli esercizi spirituali sotto la direzione del gesuita P.
Laínez, si diede a una vita di più intensa spiritualità, convinto che la
via più sicura per raggiungere la perfezione religiosa sta nel compiere
la volontà di Dio. Sicuro della sua perizia in giurisprudenza, Avellino
cominciò a praticare l’attività forense. La curia napoletana lo teneva
impegnato per le cause del foro ecclesiastico. E un giorno si presentò a
lui un cliente, un sacerdote, reo, e l’Avellino considerandolo come
figlio di Dio da difendere a tutti i costi, ricorrendo a una falsità, lo
fece assolvere, con gioia del reo ma con grave rimorso per lui. Fu tale
il suo dispiacere che decise di rinunciare alla professione forense e
farsi religioso nella nascente congregazione dei teatini, nella quale fu
saggiamente diretto dal teatino, futuro beato P. Giovanni Marinoni
(1490- 1562). Nel 1551 gli fu affidata da mons. Scipione Rebiba, vicario
generale di Napoli, la riforma del tristemente noto monastero femminile
di S. Arcangelo di Baiano: egli intraprese tale missione con zelo e
fermezza, imponendovi severa clausura e tenendovi il quaresimale e le
omelie negli anni 1553 e 1554. Essendo, però, mal sopportata la sua
opera riformatrice da chi aveva loschi interessi nel monastero, fu
ripetutamente aggredito e, nel 1556, gravemente ferito da un sicario.
Guarito quasi miracolosamente, chiese e ottenne, nel novembre di quello
stesso anno, di vestire l'abito tra i Teatini di S. Paolo Maggiore di
Napoli, cambiando allora il suo nome di battesimo con quello
dell'Apostolo della croce. Maestro di noviziato fu lo stesso P. Marinoni
e suo compagno il futuro cardinale e beato Paolo Burali d'Arezzo.
Professò solennemente il 25 gennaio 1558, aggiungendo in seguito ai tre
voti della vita religiosa altri due, cioè, di contrariare sempre la
propria volontà e di progredire incessantemente, nella misura delle
proprie forze, verso la perfezione.
Nel 1559 fece un pio pellegrinaggio a Roma, dove fu ricevuto da Paolo IV,
fondatore, insieme con s. Gaetano Thiene, dei Chierici Regolari (1524).
Nel 1560 fu nominato rnaestro dei novizi della casa di S. Paolo
Maggiore, carica che tenne per dieci anni. Le parole gli uscivano
dall’animo in grazia, ma valeva ancor più l’esempio con la preghiera e
la meditazione. I novizi erano i suoi figliuoli spirituali e i suoi
pupilli; e i giovani ricambiavano il loro maestro con affetto, aprendosi
a lui con confidenza e semplicità. La missione educatrice di Sant’Andrea
non si limitava al campo specifico dei candidati allo stato religioso,
ma si allargava ovunque c’era un’anima da illuminare e da coltivare.
Diceva che la prima guida è Dio, la seconda è l’Angelo Custode e la
terza il nostro confessore; quest’ultimo deve essere per lui esperto,
buono, prudente, dolce, amabile, discreto, severo con se stesso ma dolce
con i penitenti.
Una volta gli furono mandati gli abiti vescovili perché era ritenuto
degno della dignità episcopale, ma egli li guardò, li toccò con
indifferenza e lo lascio a qualche altro vescovo. Preferiva infatti
lavorare nell’umiltà e nel nascondimento per le anime e condurle a Dio,
sostenendo che il bene si può fare da qualsiasi canto anzi dal più
basso. Tuttavia, malgrado le sue ritrosie, nel 1570 fu eletto vicario
della casa che i Teatini avevano aperto a Milano, presso S. Calimero,
dietro invito di S. Carlo Borromeo, il quale accolse amorevolmente
Andrea, uscendogli incontro fuori Porta Romana. In breve egli divenne il
direttore spirituale preferito dalla migliore nobiltà milanese nel nuovo
assetto dato dal Borromeo alla Chiesa ambrosiana, secondo lo spirito del
Concilio Tridentino. Nel maggio 1571 fu trasferito a Piacenza come
preposto della nuova casa che in S. Vincenzo aveva fondato in quello
stesso mese il vescovo Paolo Burali d'Arezzo.
Essendosi incontrato a Genova con la mistica agostiniana suor Battistina
Vernazza, figlia di Ettore, l'ispiratore degli Ospedali degli
Incurabili, e avendole esposto il desiderio di ritirarsi dall'attività
apostolica, ne fu da lei dissuaso. Nell'aprile di quello stesso anno
Andrea fu eletto preposto di S. Antonio di Milano e nel 1581 ancora di
S. Vincenzo di Piacenza.
Nel 1582, dopo dieci anni di apostolato nella Lombardia, egli ritornò a
Napoli, dove visse fino alla morte. Qui riprese la sua instancabile
attività predicando, scrivendo e guidando quanti fiduciosi a lui si
rivolgevano.
Eletto nel 1584 e riconfermato nell'anno successivo, Andrea fu preposto
contemporaneamente delle due case che l'Ordine aveva allora in Napoli,
quella di S. Paolo Maggiore e quella dei SS. Apostoli. Essendo stato,
nel 1593, assassinato suo nipote Francesco, Andrea non solo perdonò
l'uccisore, ma volle che altrettanto facessero i suoi familiari.
Dotto nelle scienze ecclesiastiche, ricco di doni straordinari e di
celesti carismi, quali la profezia e i miracoli, che gli conciliarono
l'ammirazione e la devozione di nobili e di plebei, Andrea scrisse circa
tremila lettere spirituali, e numerosi trattati e opuscoli di ascetica,
di esegesi biblica e di argomenti vari. Il 10 novembre 1608, mentre
nella chiesa di S. Paolo Maggiore si accingeva a celebrare la Messa,
Andrea cadde colpito da un attacco di apoplessia ai piedi dell'altare;
moriva, rasserenato da una celeste visione, la sera dello stesso giorno.
Iniziatisi i processi informativi nel dicembre del 1614, fu beatificato
da Urbano VIII il 14 ottobre 1624, e canonizzato da Clemente XI il 22
maggio 1712. Il suo corpo si venera nella chiesa di S. Paolo Maggiore.
La festa di Andrea, invocato quale celeste protettore contro la morte
improvvisa, si celebra il 10 novembre.