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Il Santo titolare

Parrocchia

SANT'ANTONIO DA PADOVA


Sant’Antonio nacque il 18 Agosto 1195 a Lisbona, da una famiglia appartenente all’aristocrazia militare e terriera. Al battesimo gli fu imposto il nome di Fernando, nome allora molto diffuso in Portogallo, in particolare tra le classi socialmente più elevate.
Dalla madre Fernando apprese i primi elementi della fede e dell’educazione civica. In breve divenne modello di ogni virtù: brillava per delicatezza di coscienza e serietà di costumi. Mentre i fanciulli della sua età si dilettavano nei trastulli, egli approfittava del tempo libero per andare in Chiesa. A soli sei anni ottenne di potere indossare la veste candida dei chierichetti. Da allora non si lasciava sfuggire alcuna occasione per servire l’altare e si sentiva felice, perché più vicino al Signore.

Il demonio non poteva tollerare la pietà e il candore innocente del piccolo Fernando; per questo cercava in ogni modo di disturbarlo. Un giorno il fanciullo dopo aver servito la Messa, si era intrattenuto in Chiesa tutto solo, davanti all’altare della Madonna, per un ultimo saluto. All’improvviso si sentì come avvolto da una nuvola nera e una voce roca gli sussurrava parole oscene: capì che era la voce del demonio. Ricordò subito le parole della mamma: <<Nei momenti di pericolo, invoca la Madonna e fa’ il segno della croce!>>. Senza esitare, tracciò col dito un segno di croce sul gradino di marmo, sul quale era inginocchiato e il demonio, confuso, fuggì. Sul marmo rimase miracolosamente inciso quel segno di croce che è possibile vedere ancora oggi nella Cattedrale di Lisbona.

All’età di 16 anni, Fernando decise di consacrarsi a Dio. Un mattino, senza manifestare a nessuno la sua decisione, si incamminò verso il Monastero dei Canonici Regolari di S. Agostino, alle porte di Lisbona e chiese di esservi accolto.
L’Abate, che già conosceva le virtù del giovane, lo accolse paternamente e lo rivestì subito dell’abito dei Canonici Regolari.
La notizia della scelta di Fernando destò grandi meraviglie: i buoni approvarono ammirati; i mondani considerarono la sua decisione una pazzia. I parenti delusi, si recarono al monastero per convincerlo a desistere e a ritornare sui suoi passi. Ma tutto fu inutile. Fernando fu irremovibile; anzi, per liberarsi da ogni pressione, pregò il suo Abate di trasferirlo in un monastero lontano da Lisbona. L’Abate lo accontentò e lo trasferì a Coimbra, nel Monastero di Santa Croce.

Nel febbraio 1220, in tutto il Portogallo si era diffusa la notizia dell’uccisione in Marocco, di cinque frati francescani. Erano morti per la fede: arrestati dai musulmani mentre predicavano il Vangelo, dopo inauditi tormenti, erano stati barbaramente uccisi. La notizia impressionò profondamente Fernando. Le spoglie dei martiri furono trasportate in Portogallo e sepolte proprio nella Chiesa del Monastero di Santa Croce a Coimbra.
Fernando passava ore e ore, giorno e notte, inginocchiato presso le tombe dei cinque martiri. Mentre pregava, strano a dirsi, invece di pace interiore provava nel cuore un profondo turbamento: invidiava la loro sorte. Si sentiva spinto interiormente a vivere una vita più austera, a servire Gesù Cristo in povertà e letizia e, magari, conquistare la palma del martirio come loro. Fernando era ormai in una crisi di identità.

Un giorno bussarono alla porta del monastero due frati francescani per chiedere un pezzo di pane, per amore di Dio, non avendo di che cibarsi. Erano vestiti poveramente, con i fianchi cinti da una ruvida corda e i piedi scalzi. Erano semplici, privi di istruzione, eppure nel loro sguardo e nelle loro parole era riflessa la luce della fede e tanto calore di carità da impressionare e commuovere. I loro volti da asceti, sembravano estranei a tutte le cose del mondo. Fernando li ascoltò con amore e ne fu conquistato.
Si informò della loro Regola e degli scopi del loro Ordine. Appena seppe che il loro fondatore S. Francesco, desiderava che i suoi frati andassero missionari in Africa, decise di abbracciare il loro ideale. Andò dal suo Priore e lo supplicò di concedergli il beneplacito. Il Priore, con profondo rammarico, glielo concesse.

Quando Fernando varcò la soglia del convento francescano per abbracciare la nuova vita, i frati non potevano credere ai loro occhi: un ricco agostiniano abbandonava lo splendore del suo monastero per abitare in una misera capanna, e lasciava i suoi dotti e signorili confratelli per unirsi a dei poveri, rozzi e malvestiti. Fernando depose così la bianca veste agostiniana per vestire la povera tonaca francescana; i confratelli gli posero il nome di Antonio, in onore del santo eremita patrono del loro romitorio.
Antonio abbracciando l’Ordine francescano, aveva posto come condizione di potere affrontare il martirio, andando tra gli infedeli a portare il lieto annuncio sulle orme dei cinque confratelli protomartiri. Il consenso gli venne concesso dal Ministro della Provincia francescana di S. Giacomo. Fu per Antonio motivo di grande gioia: poteva finalmente realizzare il suo più grande sogno. I confratelli appena seppero che Antonio partiva missionario in Africa, provarono un grande dolore e, nello stesso tempo, una santa invidia per non poterlo affiancare nella sua missione. Uno solo ebbe la fortuna di accompagnarlo: fra Filippino di Montalcino di Toscana. Prima di partire Antonio abbracciò i confratelli, uno ad uno; poi si accomiatò da loro chiedendo la carità della preghiera.

Il viaggio fu lungo e faticoso. Antonio era sostenuto dall’ansia di arrivare presto: laggiù avrebbe potuto predicare il Vangelo ai seguaci di Maometto e, chissà, concludere la vita col martirio. Ma quando toccò la terra d’Africa, si sentì debole e sfinito; pensava che un po’ di riposo sarebbe stato sufficiente per riprendersi, ma, poco dopo, fu colpito da febbre malarica. Così fu costretto a stare per lunghi giorni su di un povero giaciglio, al buio, a battere i denti. Era il fallimento del suo sogno generoso di apostolato e di martirio.
Antonio dunque dovette tornare in patria, cosa che costava molto ad un carattere come il suo! Nel 1221 riprese la via del ritorno, ma una violenta tempesta dirottò la nave in Sicilia invece che in Portogallo. In Sicilia rimase poche settimane. Poi riprese il cammino verso Assisi, per partecipare al Capitolo Generale dell’Ordine. Lì trovò un esercito di "cavalieri di Cristo" accampati attorno alla chiesetta di Santa Maria degli Angeli, divisi a gruppi, "dove quaranta, dove cento, dove dugento, dove trecento insieme; tutti occupati solamente a ragionare di Dio". Antonio poté "immergersi", in questa moltitudine di fratelli e con essi pregare e lodare il Signore.

Fu in questo capitolo che egli incontrò San Francesco; fu per lui un'esperienza meravigliosa. Non si erano mai visti, ma avevano una storia tanto simile: entrambi erano stati giovani e ricchi, avevano sognato imprese militari e, alla fine, avevano abbandonato tutto per abbracciare una vita di povertà. Che cosa si dissero in quell'incontro gli storici non ce l'hanno tramandato. È certo, che Antonio rimase vivamente impressionato nel vedere e ascoltare il Poverello d’Assisi.


Alla fine del Capitolo ad ogni frate venne assegnato un ufficio da svolgere e un convento dove  cui abitare. Antonio era rientrato da poco nell'Ordine ed era sconosciuto, perciò nessuno si accorse di lui. Se ne stava appartato e silenzioso quando, il Padre Provinciale della Romagna, frate Graziano, l'avvicinò e leggendogli il cuore gli chiese da dove venisse; poi gli propose di recarsi con lui in Romagna sull’eremo di Montepaolo. Lì insieme ad un gruppetto di frati religiosi si sarebbe potuto dedicare alla vita eremitica e celebrare per loro la Messa. Frate Antonio accettò volentieri.
L’eremo di Montepaolo si trova su di una collina, a oltre 400 m di altezza, a una quindicina di km da Castrocaro Terme. È circondato da una selva di faggi, felci e querce. Allora, era abitato da sei frati laici che vivevano nel silenzio e nella preghiera. Nel cuore della foresta, vi erano grotte e tuguri sparsi un po' ovunque, dove i frati si ritiravano per ritemprare lo spirito, nell'intima unione con Dio. Su quell’eremo frate Antonio, divenuto eremita per volontà dei suoi superiori, si sentiva veramente felice. Il mattino celebrava la santa Messa per i suoi confratelli, poi li aiutava nei servizi di casa. I confratelli avrebbero voluto che egli non scopasse e non lavasse le scodelle, ma Antonio desiderava rendersi utile.
Un giorno, i confratelli lo videro ritornare dalla selva con gli occhi pieni di gioia: aveva trovato una splendida grotta dove diceva di pregare molto bene. I frati gliela cedettero volentieri e così ogni giorno Antonio si rifugiò lì con un pezzo di pane e una brocca d’acqua, per immergersi nel silenzio e nella preghiera. In questa grotta avvenne anche un fatto straordinario: un giorno qui il Santo poté contemplare Gesù Bambino che gli era apparso mentre lui pregava.

 
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